Percorsi in bicicletta tra Collio, Carso ed Isonzo… sui luoghi della Grande Guerra nella provincia di Gorizia…

Le portatrici carniche e le donne nella Grande Guerra

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Su gentile concessione, sono lieto e lusingato di poter pubblicare la tesi “Le portatrici carniche e le donne nella Grande Guerra” scritta dalla neo dott.ssa Giuliana Glessi, al termine del suo Corso di Laurea in Relazioni Pubbliche presso l’Università di Udine. Il lavoro troverà, a breve, il meritato spazio ed il giusto risalto anche nel sito internet del Museo della Grande Guerra di Timau.

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La tesi inizia con un breve ma esaustivo excursus storico sull’entrata in guerra dell’Italia, completo di mappe e cartine illustrative del fronte italo-austriaco, teatro degli scontri tra gli opposti eserciti. Viene resa evidente anche la differente preparazione bellica, specie nella logistica dei rifornimenti e nella strategia delle operazioni.

Parallelamente viene inquadrata, la situazione femminile prima del conflitto, in un Paese ed in una società ancora prevalentemente agricola, con la donna soggetta all'”autorizzazione maritale” del capofamiglia anche per gestire il proprio patrimonio e con la parità di diritti, palesemente un miraggio.

donne impiegate nell’industria durante la Prima Guerra Mondiale

Il lavoro femminile abbraccia ogni campo durante la Guerra

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale cambia invece radicalmente il corso della Storia europea e mondiale e, per la prima volta, emerge, a livello di massa, in tutta Europa e anche nel nostro Paese, una presenza femminile in ambito pubblico. Per le donne, la guerra rappresenta l’occasione per valorizzare capacità e competenze, ampliandone per ordine e grado. Diminuisce addirittura il tasso di mortalità femminile; le donne che lavorano non patiscono più la fame e/o perché nascono meno figli. Il tasso di natalità diminuisce dal 31,7 per mille del 1914 al 18 per mille nel 1918. La virilità maschile viene invece mortificata e depressa dalla guerra di trincea, dai lunghi periodi di inattività, ma soprattutto a causa della morte di massa, delle malattie, sofferenze, mutilazioni.

Le donne permisero che tutte le attività produttive proseguissero negli anni in cui milioni di uomini erano al fronte. L’economia di guerra diede alle donne, inedite opportunità di lavoro extradomestico; il lavoro femminile si dimostrò fondamentale nelle industrie, nelle campagne e nei servizi e la manodopera femminile, indispensabile nelle fabbriche di munizioni e in tutto il settore industriale, nevralgico per un paese in guerra.

Sia pure temporaneamente, viene sospesa la norma del codice civile del 1865 che sanciva la totale dipendenza della donna dal marito. Come immediata conseguenza le donne possono finalmente agire in autonomia vendendo, comprando, avviando ogni genere di attività senza più bisogno del consenso del marito. La ricerca del lavoro non necessita più della preventiva autorizzazione del coniuge, nonostante venga sostituito dalla persona anziana rimasta a casa. Come conseguenza di questi cambiamenti, si intensificano però le campagne denigratorie contro il lavoro femminile, considerato al massimo come ausiliario e sostitutivo. Persino i socialisti sostengono le donne dovrebbero stare a casa.

Occupazione femminile

Ma nonostante tutto, in verità accade tutto il contrario. I dati raccontano di 198.000 donne impiegate nell’industria bellica, 600.000 addette alla confezione del vestiario militare e non meno di 3200 tranviere. Accanto a loro oltre due milioni di contadine sostituiscono gli uomini nei campi. Troviamo donne chiamate a lavorare ovunque sia necessario sostituire gli uomini.

crocerossine alla stazione nella Prima Guerra Mondiale
Operaie nell’industria bellica

La manodopera femminile è indispensabile al nuovo sistema industriale che per le esigenze belliche deve funzionare a pieno regime. Armare, vestire, nutrire, curare un esercito di oltre cinque milioni di uomini sottopone ad uno sforzo eccezionale tutto l’apparato produttivo italiano. Le donne vengono chiamate a ricoprire incarichi di lavoro temporaneo anche negli uffici statali.

Crocerossine

Nella tesi vengono approfonditi tutti gli aspetti delle mansioni coperte dalle donne. Si inizia dalle Crocerossine e dalle prime dottoresse. Le infermiere, schiacciate da turni e condizioni di lavoro massacranti, esposte al pericolo delle bombe e di malattie spesso contagiose, sono le donne più vicine alla guerra. Sono giovani cui si chiede di entrare a far parte di quell’universo legato alla guerra dove si trovano a contatto con migliaia di corpi maschili colpiti da cancrene, congelamenti, amputazioni, disturbi psichici, malattie infettive. A loro si richiede autocontrollo, resistenza fisica, capacità di adattamento e spesso anche la forza di sopportare l’ostilità dei direttori che non amano vedersele intorno e preferiscono le suore alle laiche.

A fronte di questa realtà, la rappresentazione simbolica ha riassunto e sintetizzato nella figura della crocerossina l’assistenza femminile di guerra, dimenticando tutto il resto per quasi un secolo. Perchè non meno importanti furono le donne impiegate nell’industria, di cui si è già detto sopra. Ma fondamentali si rivelarono le donne che riuscirono a sostituirsi completamente all’uomo nel lavoro dei campi, mantenendo praticamente inalterata la produzione agricola negli anni della Guerra. Ci furono poi le donne di “facili costumi e non” che vennero arruolate nei “casini di guerra” per “alzare” il morale della truppa ed “abbassare” il livello di testosterone latente, nella guerra di trincea.

Portatrici Carniche

portatrici carniche durante la Prima Guerra Mondiale

La terza parte è infine dedicata alle Portatrici Carniche nella Prima Guerra Mondiale. Un “esercito” di 2000 donne che abitavano nei paesi di confine della Carnia, lungo la linea di fronte che andava da Sappada fino alla Val Resia e poi verso Cividale. In tante risposero agli appelli. Donne e bambine, se si pensa che la loro età andava dai 12 fino ai 60 anni.

“…. abituate alle fatiche quotidiane del lavoro dei campi e delle stalle, non esitarono ad indossare la gerla di casa per portarla al servizio del paese. Ma anziché caricarla di fieno, patate ed altri beni come erano solite fare, per la casa o per la stalla, la riempirono di viveri, munizioni, materiale per costruire strade, rifugi, ed altro…” .

portatrici carniche

“… fatto il carico partivano in gruppi di 15 – 20 persone senza guide e percorsi pochi chilometri a fondovalle attaccavano la montagna dirigendosi a raggiera verso la linea del fronte, superando dislivelli che andavano dai 600 ai 1.200 metri per oltre quattro ore di marcia in salita. Lo fecero per 26 mesi, con ogni condizione meteorologica, anche d’inverno con la neve che arrivava fino alle ginocchia. Giunte a destinazione, curve sotto il materiale trasportato, lo scaricavano per essere, una volta controllato, preso in carico dai militari. Sostavano qualche minuto a riposare ed a scambiare quattro chiacchiere con gli alpini coscritti locali, portando loro le ultime notizie dal paese. Poi riprendevano la strada di casa, dove erano attese dai vecchi e dai bambini e da tutte le incombenze che il governo della casa e della stalla richiedevano. E non è che tornassero scariche, ma nella gerla portavano spesso la biancheria sporca dei soldati che avrebbero riconsegnato fresca di bucato la volta successiva…

Fine della Guerra e conclusioni finali

Alla fine della Guerra, le piccole e grandi conquiste, ottenute dalle donne, vengono in qualche modo rimesse, quasi tutte, in discussione e non riconosciute dalla società. L’apporto delle donne allo sforzo bellico viene presto dimenticato da una classe politica non ancora disposta a riconoscere concretamente le donne come parte essenziale della nazione. L’unico risultato concreto fu la legge n. 117 del 17 giugno 1919 che riconobbe, finalmente, la loro capacità giuridica. Venne abolita l’autorizzazione maritale e le donne furono ammesse ad esercitare tutte le professioni compresa la possibilità di ricoprire i pubblici impieghi. Cosa avrebbero dovuto aspettarsi le donne alla fine della guerra lo aveva anticipato Margherita Ancona nel convegno nazionale organizzato dall’Associazione per la donna svolto a Roma nell’ottobre 1917. “Alle donne che sperano nella bontà del legislatore vorrei chiedere: cosa pensate che sarà dopo la guerra? Leggano quelle donne i giornali, sentano i discorsi dei politici e senza bisogno di essere dotate di spirito profetico vedranno profilarsi la politica antifemminista di domani”.


I cambiamenti nelle identità femminili e nelle relazioni tra i due sessi non riuscirono a consolidarsi e alla fine della guerra si volle normalizzare la vita degli individui. I lunghi anni di guerra non avevano in realtà intaccato lo schema che voleva inquadrare le donne all’interno dello spazio familiare. L’avvento del fascismo si dimostrò, purtroppo, un ritorno all’ordine. Fu così che l’esperienza di guerra con il suo corredo di miti, riti e simboli fu declinata e ricordata tutta e solo al maschile. Tutto rientrò nell’alveo della tradizione, ma il seme dell’emancipazione femminile era stato piantato e, nonostante moltissime difficoltà sarebbe, prima o poi, germogliato, cosa che accadde, in Italia, con più forza, solo dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Se oggi vediamo una donna ricoprire le cariche più importanti e meritevoli, una donna astronauta, direttrice d’orchestra alla Scala, e, magari, chissà (forse è un sogno) anche a sedere sulla poltrona di Presidente della Repubblica, è anche grazie al contributo fattivo ed esemplare di tante che, silenziosamente, hanno posto le basi per tutto questo. E le portatrici carniche, più di un secolo fa, diedero anche loro un piccolo ma importantissimo contributo in tal senso.

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