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La Jugoslavia, il basket e un telecronista di Sergio Tavčar

La Jugoslavia, il basket e un telecronista di Sergio Tavčar

Tempo Lettura: 7 min

La Jugoslavia, il basket e un telecronista di Sergio Tavčar, è un libro da bere tutto d’un fiato come una buona rakija o slivoviz dopo una sontuosa cena a base di selvaggina in un locale fumoso di oltre confine.

Yugoslavia Campione del mondo 1990

La voce storica di Tele Capodistria, dal suo punto di osservazione,  ci fa conoscere la Jugoslavia dei tempi che furono. Mai una goccia di nostalgia, sempre e solo lucida ed obiettiva analisi, condita da abbondante sarcasmo, aneddoti e curiosità che ci tengono incollati alle pagine del suo libro, nel suo piacevole e appassionante narrare.

Sergio Tavčar

Le vicende più comiche, mischiate alla precisione matematica dei suoi tabellini, resoconti di partite improbabili e non. Rigorosamente scritti a mano su taccuini di bloc notes.  Dentro palazzetti infuocati delle repubbliche che componevano la ex Federazione Jugoslava. Dove anche l’orologio del tabellone, a volte, e mai a caso, aveva una velocità variabile. Come d’altra parte, ogni cosa scorreva,  con ritmi diversi,  nelle varie Repubbliche.

Perchè la pallacanestro per i popoli balcanici è lo sport che più di tutti consacra la loro inesauribile voglia di giocare? Perchè quando giocano, esce allo scoperto questa loro indole innata,  con tutto il suo devastante impatto? La domanda sorge spontanea al nostro Sandro dopo tanti anni di telecronache.

Nadmudrivati

Tavčar scrive che in serbo-croato esiste un verbo praticamente intraducibile ovvero nadmudrivati (letteralmente fare a gara a chi è più saggio / astuto). Essere più astuto dell’avversario è l’unico scopo di qualsiasi gioco. Il dominio psicologico sull’avversario è fondamentale. Certo se poi hai un fisico oltre due metri, ti muovi come un playmaker di 1 metro e 80. Se hai un’intelligenza fuori del comune, se vieni allenato da persone eccezionali ed i politici se ne stanno debitamente alla larga. Hai cultura e ti applichi ? Se poi ti piace giocare per il gusto di giocare e non per inseguire il dio denaro. Si forma, concretizzandosi, quel humus che é la base perché possano crescere e svilupparsi i sogni, anche quelli più incredibili.  Ecco, quindi, il mosaico che va a comporsi e Sergio Tavčar ci accompagna nel ricercarne le tessere.

Krešimir Ćosić

Ma chi furono i rappresentanti di questa elite? Sergio Tavčar inizia dagli albori (1950) del basket jugoslavo fino a giungere ai giorni nostri.

Krešimir Ćosić

Tante le fotografie umane indelebili nel suo libro. Krešimir Ćosić, il primo centro a cui fu concesso di portare a spasso la palla come era prerogativa solo per una guardia o un play. Per primo andò negli Stati Uniti a studiare. Da buon dalmata gaudente fece una scelta di vita di non poco conto, Quando sbarcò lo vennero a prelevare per portarlo al campus dell’Università. Durante il tragitto in automobile il dirigente universitario addetto  a lui, gli spiegava le regole che vigevano all’interno del Campus. No alcool, no fumo e droghe e non sono assolutamente permesse visite femminili in camera. Coprifuoco alle 9:00 di sera. Il buon Ćosić, lo ascoltò per un po’,  in religioso silenzio. Dopodiché si rivolge all’interprete ponendogli questa semplice domanda: “Scusi ma qui cosa fanno per divertirsi ?”

Mirza Delibašić

Secondo personaggio fuori dagli schemi, un lungagnone dalla pallacanestro visionaria. Uno che inventava passaggi, assist e tiri dal niente.

Ecco le parole del mitico cronista.

Mirza Delibašić

“Lo vidi giocare. Non avevo la più pallida idea di chi potesse essere. Solo l’indomani, rientrato a casa, feci le mie ricerche. Scoprii che si trattava di un bosniaco di Tuzla nato nei primi giorni di gennaio del 54 di nome Mirza Delibašić. La cosa che non riuscii assolutamente a capire era come mai, uno del genere, fosse considerato uno dei tanti. Cosa tanto più sorprendente visto che in Jugoslavia i talenti sapevano scoprirli e coltivarli come in pochi altri posti al mondo.

Solo molto tempo dopo riuscì a scoprire, squarciando un velo di comprensibili reticenze che, il problema, stava nel fatto che non era proprio un modello di vita sportiva. Durante una delle sue prime convocazioni nelle nazionali giovanili lo avevano per esempio scoperto che di mattina prima di colazione si scolava tranquillamente un decimo di Rakija. La micidiale Grappa jugoslava. Alle rimostranze sconcertate dello staff tecnico aveva candidamente risposto che “a casa sua era abituato così da sempre”.

Un articolo che racconta la storia incredibile di Mirza é stato scritto da Vladimir Stankovic. L’ultimo romantico é il titolo. È in inglese ma facilmente comprensibile.

E poi il duo Dragan Kićanović e Dražen Dalipagić.

Due tiratori straordinari. A Belgrado i tifosi del Partizan li chiamavamo “Kića i Praja, pobede bez kraja” (Kića e Praja, vittorie senza fine). Ad un certo punto  in nazionale arrivò Nikilic come allenatore. Uno pignolo e perfezionista fino allo sfinimento ed il suo impatto con i giocatori abituati al regime molto liberale del precedente selezionatore, Novosel fu notevolmente traumatico.

Dragan Kićanović e Dražen Dalipagić

Una leggenda metropolitana narra che, ad un dato momento, durante la preparazione, Dalipagić si fosse recato da lui a nome di tutta la squadra. “Coach  forse sarebbe meglio che ascoltasse anche cosa vogliamo noi. Perché lei il campionato senza di noi non potrà vincerlo, mentre noi, anche senza di lei, potremmo probabilmente vincerlo ugualmente”.


Dražen Petrović

Poi ci sono momenti che per ragioni misteriose rimangono scolpiti nella memoria del buon Tavčar. Uno di questi gli capitò verso la fine della stagione 79-80 a Sebenico. Come canonica partita del sabato pomeriggio era stata scelta Sibenka-Bosna.

A partita decisa, l’allenatore del Sibenka, fece uscire dalla panchina un bambino di neppure 16 anni, lungo e magro e dalla folta capigliatura riccioluta. Il bambino fece un fallo. Ma in attacco sull’ultima palla della partita fece una bella finta l’avversario salta e lui realizza tranquillo dalla media distanza. Ancora adesso rileggendo il tabellino di quella partita, Tavčar, prova un intensa emozione quando riguarda i suoi appunti. Accanto al numero 9 trova scritto Dražen Petrović, 2. Per il Mozart del basket, ci sono pagine intere che non voglio svelarvi. Troppo ben scritte, vanno lette ed assorbite come un buon calice di ramandolo.

Dražen Petrović
Dražen Petrović

In definitiva, gli jugoslavi avevano, per quanto sembra incredibile, una straordinaria etica del lavoro. Quel mix di asburgico attaccamento al lavoro proprio degli Sloveni, la strafottenza dei Serbi (nema problema è il loro motto), l’internazionalità marinara e corsara dei Croati.  Rendendosi quasi inconsciamente conto che o così o niente. Fermo restando per loro che il basket, quando entrava nella loro vita, era tutto,  era il modo di esprimere la propria personalità era il modo di rendersi importanti . Era lo strumento per avere gratificazioni personali immense.

E l’abitudine al tiro diventava maniacale tanto da occupare l’80% di un allenamento. Dalipagić si fermava a tirare anche dopo la partita e sempre lui diceva al suo allenatore: “Coach  ma lei pensa veramente che per noi jugoslavi il tiro sia un dono divino?.

E poco più giovani di Dražen Petrović, troviamo un’intera nidiata di giocatori di talento assoluto. Andarono a formare la Jugoslavia forse più forte di tutti i tempi.

Vlade Divac

Vlade Divac e Dražen Petrović

Chi non si ricorda del n. 12 qui a fianco ? Un ragazzone di 16 anni e mezzo scovato per caso davanti a una scuola mentre era in vacanza dalla nonna a Kraljevo. Lui proveniva da Prjepolje, località se possibile ancora più oscura della Serbia ancora più profonda. Vlade Divac aveva già quasi 2 metri e 10 un fisico forte e compatto e, soprattutto, aveva qualcosa di straordinario per un ragazzo tanto lungo della sua età. Era un talento naturale per il basket, avendo mani morbidissime, tecnica sopraffina e capiva in modo naturale il gioco. Il fatto che fosse tanto lungo era solo un vantaggio in più. Era tutt’altro che timido e complessato. Vlade era nato quasi geneticamente per comandare.

Toni Kukoč

Toni Kukoč

E poi da Spalato Split, un ragazzone esile di due metri e sette, che giocava a ping pong in spiaggia e faceva parte della nazionale giovanile di quel sport. Uno che l’allenatore non lo schierava mai dall’inizio. Per quale motivo? Perchè Toni Kukoč, poteva ricoprire tutti i ruoli. E l’allenatore rispondeva, che in base a come andava la partita e quale era il punto debole della squadra, chiamava Toni e gli diceva quale uomo rimpiazzare. In una parola, il prototipo del giocatore totale e moderno.

E poi invece tutto finisce

Finale dei campionati mondiali in Argentina nel 1990. La Jugoslavia vince passeggiando in finale contro l’ Unione Sovietica. Dopo la partita entra in campo un gruppo di tifosi che sventolano una bandiera che, dai tempi dell’ esecrato stato fascista insediato da italiani e tedeschi durante la seconda guerra mondiale, non si vedeva più. Il tricolore rosso bianco blu con al centro una scacchiera biancorossa racchiusa in uno scudo. La storica bandiera della nazione croata. Vlade Divac si avventa su di loro e, per quanto in realtà volessero festeggiarlo, lui strappa violentemente una delle bandiere dalle loro mani. Fu una scena che già al momento fece molta impressione e tristezza. Non ci sono simboli più profondi di appartenenza delle bandiere e la scena fu una vera e propria allegoria di dantesca memoria di quanto stava per accadere. Purtroppo da lì a poco sarebbe scoppiata la Guerra in Jugoslavia. Una guerra che divise gli stessi giocatori di quella nazionale invincibile.

Once Brothers

Se avete tempo, vale la pena cercare su youtube “Once Brothers”. La storia di Vlade Divac e Dražen Petrović.

Once Brothers (Una volta, fratelli)

Per concludere, devo ringraziare, l’immenso Sergio Tavčar che, con la sua voce e le sue telecronache, sempre sulle righe,  mi ha aperto un mondo sullo sport in generale. E sul basket in particolare. Mi ha fatto amare questo sport. Sebbene io abbia giocato sempre e per tanti anni a pallavolo, mi ricordo che gli allenatori andavano in bestia con me. Quando vedevo un canestro, mi riscaldavo giocando a basket. E prima ancora, a scuola. Nelle mitiche sfide tre contro tre. Con il professor Ceppi che, vedendoci giocare,  ci diceva sempre: “Continuate così ragazzi, tutte le due ore, non c’è problema. Divertitevi !”.

Questo libro è una pietra miliare per gli amanti del basket. Non resta che una cosa da fare. Andare sul sito http://www.sergiotavcar.com e ordinare subito una copia…

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