Demoghela

Come cavalli che dormono in piedi

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Come cavalli che dormono in piedi, Demoghéla storie dal fronte nord orientale, è un evento ospitato in Sala Bartoli al Politeama Rossetti A Trieste. Sabato 17 dicembre ero là, con biglietti trovati all’ultimo secondo. Sul palcoscenico, lo scrittore e giornalista Paolo Rumiz assieme all’attore Paolo Fagiolo, voce narrante, ed al musicista Stefano Schiraldi, alla chitarra ad accompagnare la narrazione.

Demoghela

Per chi voglia assistervi, dico subito che non si tratta di uno spettacolo, bensì di un riuscito tentativo di “parlare con le ombre”. Non è celebrazione o commemorazione, non è una ricostruzione storica.

Seduta spiritica

È richiamare in vita le anime di gente dimenticata. Il tutto si avvicina molto più ad una seduta spiritica. Certo a Trieste è più naturale farlo, quando gli spiriti delle ombre sono presenti in carne ed ossa attraverso i figli, nipoti o pronipoti presenti in sala,  mio nonno Giuseppe era uno di loro.

Comunque sul tavolo uno zaino, una armonica per chiamarle in vita queste ombre, fiammiferi, i lumini e piantine delle zone di guerra.

Perchè dopo un secolo tutto questo? Perchè la macchina dei reticolati si è rimessa in moto anche su sentieri che percorriamo, poco distanti da casa nostra. Questo rugginoso agitarsi di lucchetti e di chiavistelli è forte desiderio di chiusura. E’ già purtroppo qualcosa che contiene in sé la guerra.

Carne da cannone

La guerra, in verità in queste zone, è una guerra latente che dura dal 1914. E’ allora che tutto cambia. E’ allora che nasce il concetto di carne da cannone. Rumiz dice che, per provare a capire, bisogna andare in un museo che contiene gli oggetti minuti che esprimono la dignità dei soldati.

Può essere una cucina da campo austroungarica. Il Gulash Kannone, come lo chiamavano gli austriaci,  che avevano capito subito che quel meccanismo infernale era capacissimo di inghiottire carne umana per sputare morti.

E’ da allora che la corda insaponata dell’impiccatore, balla con la Sacher Torte. E’ allora che ci si inizia a sentire pupazzi di un burattinaio mangiafuoco che accende focolai di guerra in ogni dove, e strozza giovani vite. 

Che cosa sono 100 anni?

I francesi dicono che “la guerre vive toujour”. Che cosa sono 100 anni? Se vai in una sera di temporale tu puoi sentire come friggono le montagne del fronte dell’isonzo. Nelle radure di Verdun, dove l’erba non ricresce dopo tutto il veleno, che ha inghiottito.

E sui Carpazi potrete sentire loro, le ombre dei soldati austroungarici che sono andati a morire lassù. Essi sono la quintessenza di un impero poliglotta come direbbe lo scrittore Joseph Roth, l’Austria un pentolone di popoli, dove c’è anche chi parla l’italiano,  il friulano, lo sloveno e il croato. In 125.000 partirono dalle Vecchie Provincie e in 25.000 sono rimasti in piccoli cimiteri di Galizia a guardare la luna di notte, senza la commiserazione di un fiore.

Splendidi bastardi di sangue misto

La propaganda militare a Milano e Firenze era in moto da anni. La scrittrice lombarda Carolina Invernizio scriveva romanzi quali L’orfana di Trieste, dove si narravano di presunte torture subite dagli italianissimi triestini sotto il giogo della gallina austriaca. Di raccapriccianti episodi inenarrabili.

Ma qui invece,  in realtà era tutto un fervore di attività. I triestini erano splendidi bastardi di sangue misto, come tutti gli altri abitanti di queste zone. A Cormons, Gorizia e Trieste fioriva l’economia, regnava il benessere e l’ordine.

Tutto questo è finito. Ora che il confine non c’è più da dieci anni, perche non ritorniamo al centro dell’Europa? Rumiz amaramente commenta che forse “a qualcuno piace restare così, un angolo sperduto del nord-est”.

Il volume rosso

A Trieste è bellissimo arrivare. Il problema è quando devi partire perché a Trieste finisce il mondo. Anche durante la guerra fredda era più facile andare ad est, al contrario di questi tempi ipocriti che, nonostante i proclami, hanno tagliato tutte le linee ferroviarie transnazionali. Abbiamo perduto il contenuto di un volume rosso stampato nel 1913, di 2300 pagine, con orari ferroviari di tutta Europa, 14.000 stazioni, 100.000 locomotive, un milione di vagoni. La possibilità di viaggi incredibili da Londra a Shanghai. Nel 1914 il mondo era già globalizzato e interconnesso. Si poteva prendere il Canadian Pacific, ovvero un vagone panoramico transalpino, e viaggiare facilmente da Berlino a Trieste. La SudBahnhof di Vienna si chiamava TriesterBahnhof.

Un’altra epoca. Sui tram di Trieste c’era scritto

P.T. la Signoria Vostra è gentilmente pregata di non sputare per terra

Questo cartello era in qualche modo la quintessenza della cerimoniosità e del rispetto reciproco che vigeva. P.T. stava per “Premesso Titolo” (o manovale del cantiere San marco o Avvocato del Foro di Trieste) tu dovevi rispettare questa semplice condotta.

Partenza da Redipuglia

E così Rumiz decide di partire da Redipuglia, da solo. Chiede consiglio ai centomila ragazzi lì sepolti, il permesso di andare in Galliani.  Loro gli rispondono entusiasti:

Vai, vai a trovare i nostri fratelli, contro i quali combattevamo; noi avevamo un rapporto speciale con loro, capivamo di essere vittime dello stesso imbroglio. Noi avevamo più rispetto per i nostri nemici che dei nostri generali. Vai e poi ritorna a raccontarci quello che hai visto.

E così Rumiz legge i giornali dell’epoca per constatare che nessuno la voleva, la guerra. Ma tutti ci caddero in uno stato di sonnambulismo e stupidità dilagante, nessun giornale scriveva di un preludio così sanguinoso, nessuno credeva che stesse per succedere.

Edmondo Richetti Conte di Terralba

Solo a Trieste, nel mese di aprile 1914, un tale, certo Edmondo Richetti Conte di Terralba, Presidente delle Assicurazioni Generali e capo della fiorente comunità Ebraica che ha appena costruito la sinagoga di Trieste. Quell’uomo si chiude in ufficio mentre tutte le filiali, sparse nel mondo gli mandano strani segnali. Miliardi di debiti e costi per il mantenimento degli eserciti, sono i sintomi di  una catastrofe imminente e senza fine.

Aber kommt die Katastrophe

Prende carta e calamaio e scrive di suo pugni una lettera, una lettera all’Imperatore Francesco Giuseppe. Gli propone la fondazione di una unione europea, un mese prima dell’attentato di Sarajevo. Propone all’Imperatore di diventarne Presidente. Questo è quanto abbiamo perduto. Due mesi dopo Franz Joseph invece dichiara guerra alla Serbia. E

aber kommt die Katastrophe

E questo nel massimo fulgore economico dell’Europa, sciamano da tutte quelle stesse stazioni centinaia di migliaia di persone verso le linee del fronte. Kaiser Franz Joseph chiede al ciambellano di corte chi siano; il ciambellano gli risponde “é la guerra Maestà”. L’imperatore gli risponde “Suppongo sarà un bagno di sangue”.

In Galizia

E così Rumiz parte verso la Galizia. La Galizia territorio sterminato, nevicate lunghe ed infinite ad attenderlo, tramonti incendiari e masse silenziose di contadini miserabili. Cielo e facce della gente che sembrano di fango. Alla ricerca dei fantasmi del 97° reggimento fanteria “demoghéla”.

Nei racconti dei sopravvissuti che hanno visto tutte le barbarità dell’uman genere. Di un reggimento denigrato dagli italiani. Era impossibile per l’italia che degli italiani avessero combattuto contro altri italiani. Ma tale nomea era nata dagli austroungarici per scaricare la colpa delle tremende batoste subite dal K. u K. Faceva molto comodo addossare la colpa degli errori strategici sui popoli minori.

E poi,  dopo l’entrata in guerra dell’Italia 1915, quelli del 97° erano guardati come agenti potenziali del nemico. Ma c’è qualcuno che si ribella a tutto questo.

Mario Cermak

E’ tale Mario Cermak, nato a Pola e distintosi in azioni militari audaci. In una notte di inverno attraversa il fiume Dnjestr per far saltare una mina oltre la linea russa sotto un cannone che seminava morte. Quando torna nelle sue linee, con un principio di polmonite scopre che tutto il 97° è in punizione.

E racconta che “mentre marciavamo in doppia fila, a sinistra il generale austriaco superbo sul cavallo aspettava un saluto d’ordinanza. A destra il cimitero dove erano sepolti molti del 97°. Cermak intima l’attenti a destr, e tutti i commilitoni  obbediscono al suo ordine.  Il generale austriaco infuriarsi, gli domanda “lei sa dove si trova la sinistra?” Cermak impassibile risponde

Signor Generale, a destra sono sepolti i nostri eroi mentre a sinistra il loro assassino

L’infame generale fece finta di non sentire, stette zitto e si mosse a cavallo verso tutti gli altri ufficiali, dentro i loro pastrani impellicciati.

Die schwarze Kreuz

Die Schwarze Kreuz (la croce nera austriaca) aveva restaurato tutti i cimiteri di guerra che ancora oggi sono una delle cose più belle che si possono trovare in Polonia.

Un contadino indica a Rumiz una collina, con in cima una corona di alberi di betulle. A cingere un cimitero con croci e nomi. Nomi di casa mia. Bisiach, Pitacco,  Pettarin, Oblach. Rumiz si inginocchia davanti a quelle tombe e accende un lumino. Poi canta, prega, beve con loro, racconta loro delle storie. E poi in loro memoria,compone una ballata per i triestini morti sui Carpazi. Che diavolo è la poesia se non un tentativo per parlare con i morti.

E poi ancora sui Carpazi nel monte Rotunda dove i russi sono stati fermati altrimenti avrebbero potuto dilagare sulla pianura. In cima, centinaia di betulle immobili che avevano la stessa età nel 1919 quando il diserbante della guerra aveva finito di esalare il suo veleno. Sono i granatieri, le loro radici affondano nei resti di quei corpi. E poi cimiteri, misti dove sono mescolati russi e austro ungarici. Una croce per ognuno e fuori la scritta:

Voi che siete morti per la vostra patria, in questa battaglia, amici o nemici, in questo conflitto dormite tranquilli in questa terra di pace, uniti da una corona di alloro,

questo è stato fatto ancora durante la guerra e non dopo. 

Dal diario di un trentino

Ad un certo punto, un colpo di shrapnel, gli portò via una mascella. Lui agonizzante a terra. Un russo si fermò davanti a lui, lo calmò, gli bendò la ferita finché la ferita non grondò più sangue, con un calcio allontanò la pistola con cui il trentino voleva farla finita e lo carica sulle spalle. Scende  la collina e lo consegna alla sanità.

E poi la storia del campo di patate tra le linee. Con i due eserciti che si misero d’accordo di raccoglierne a turno nelle tregue tra gli assalti. E così colonne di fumo, amici e nemici che cuocevano le stesse patate.

Questi racconti hanno una potenza liberatoria, per questo fronte dimenticato. Hanno una potenza evocativa perché il fronte è il materializzarsi di una diversità una differenza reale di secoli e secoli di una storia diversa. Gli altri italiani non capiscono.  Le rimozioni, le omissioni della nostra storia che hanno subito gli abitanti delle nostre terre. Hanno tentato in tutti i modi di cambiarne i connotati.

Che valore ha questa storia dimenticata?

La più grande soddisfazione è stata in Russia. Quando in una libreria di San Pietroburgo di fronte a un centinaio di giovani assetati di storia, Rumiz tirò fuori le lettere di questi nostri vecchi. È la Russia in sé che ti prende, che ti fa ricordare, le betulle,  il samovar, i grandi fiumi, il capotreno, questo ti fa ricordare. 

E poi in Serbia Mačkov Kamen, sulla forra pietrosa della Drina. La cima era piena di alberi di prugna da cui si distilla il famoso slivovitz. Nella radura, Rumiz scorge uno squarcio del terreno. Un qualcosa che assomiglia ad una trincea ma in realtà è uno scavo fatto da ruspe meccaniche per metterci dentro i tubi. Quando entra vede che le pareti sono piene di ossa umane. Le ossa di quei soldati, lì morti cento anni fa.

L’enorme differenza con il fronte occidentale sta tutta qui. In Belgio, Francia, un apparato di memoria perfettamente strutturato. Sei dentro  un percorso guidato, viaggi come in un film. Però il rischio è che così facendo, tu cominci a considerare la guerra come un qualcosa di lontano,  come le piramide egizie

Amnesia completa

Al fronte orientale, invece, trovi la completa amnesia di quanto accaduto. E’ tutto ancora lì, basta grattare e riaffiora. Lo trovi e capisci che un secolo non è nulla e lo scontiamo ancora oggi, perché a est tutto si è succeduto e succede. Seconda guerra mondiale, guerra fredda, guerra jugoslavia e ora guerra ucraina e le ferite sono aperte per chissà quanto tempo.

Quando finisce la guerra i reduci del 97° sono considerati troppo austriaci per gli italiani vanno rieducati. Vengono spediti in Italia – tanti fino ad Isernia e restano sotto vigilanza. Taluno In cella di rigore perché aveva tentato di comprare 35 centesimi di pomi. Come malfattori.

In Trentino cominciano i viaggi per scoprire l’Italia redenta. Ma tale è l’insensibilità dei turisti italiani (calpestano un prato, ignari, vocianti e allegri, sotto l’Ortigara” dove perirono trecento soldati) , che un contadino trentino ammette:

In cinque secoli gli austriaci non sono riusciti a farci diventare tedeschi, in un solo giorno gli italiani ci sono riusciti.

Bepi Deskovich

Il vecchio aveva una ossessione della prima guerra :  la fame. 

Apriva il frigorifero,  tirava fuori tutto quello che andava a male, metteva in una ciotola e componeva uno sbrodaus, esorcismo contro la fame a distanza di anni. Racconta la storia al nipote.

“Se magnava solo quattro volte alla settimana. Ai ufficiali non ghe fregava un tubo. Solo che fossi pulite le latrine. Avevamo appena finito de pulir una latrina, de 500 de noi. Te pol solo immaginar cosa che iera dentro . Ci chiamano per il rancio,  ci versano il sbrodaus fumante e spettemo l’ordine per sedersi e iniziare a mangiare. Una granata dei russi è caduta proprio su..Una pioggia marron su tutto anche nelle nostre gavette. E adesso te capissi cosa è la fame. Abbiamo tolto quello che “non era cibo”  e abbiamo mangiato e iera anche bon. Arriva il sergente, de quei tedeschi duri e freddi.  Tutto coperto di merda. “Come era pranzo?”, ne chiedi. El povero Nini che iera sentà vicin de mi,  se alza in pie tutto duro. A nome di tutto il reggimento se mi permette una parola “Un Dreck”

Quale fu la novità di questa guerra?  La durata,  stare immobili giorni,  settimane e mesi a dormire nel fango con i topi e le pulci,  con un ordine che non arriva mai o è insensato.

Il rumore

Una generazione cresciuta nel silenzio contadino. Tanti sono usciti pazzi. Una mina tra Parigi e Bruxelles venne sentita distintamente fino a Londra. Sull’Ortles sopra i 3000 metri,  nelle giornate totalmente prive di vento si sentivano il tuono dei cannoni sull’isonzo a 300 km di distanza. Quando la guerra è finita gli inglesi per celebrarla stamparono un 78 giri: The silence. Un disco completamente vuoto. Il silenzio diventava l’espressione della pace.

Rumiz si congeda con una lettera

Caro nonno Ferruccio. Ho visto una Europa stupenda nel viaggio alla ricerca delle ombre. Queste nazioni che si sono bastonate, sono inquiline della stessa unione. Perché non ci rendiamo conto di quanto sia fragile questo stato di non belligeranza? Non vogliamo  ritrovarci a dire dopo “ti ricordi la Jugoslavia” “ti ricordi com’era l’Europa”

Per capire non bastano i libri di storia. Tutti i sintomi sono figli di una unica dichiarazione di guerra, quella che abbiamo dichiarato al pianeta. Sintomi di uno stesso stato febbrile, La terra grida non vi reggo più.

Ritorno a Redipuglia

Per chiudere il cerchio,  Rumiz ritorna a Redipuglia. Porta roba da mangiare per rinnovare un rito antico, il rito della libagione. Mirtilli secchi dall’Ucraina, delle noci dalla Polonia , una mela cotogna turca, formaggio dalla pastorale Erzegovina e albicocche secche dall’Ungheria e del pane dal Carso.  E da bere una slivovica dalla Serbia. Un menù rubato sul campo di battaglia. Rancio di lusso per i 100000 stasera.

Dice Rumiz:

Mi sono seduto lì,  su quei gradoni.  Ho mangiato con loro,  ci siamo raccontati storie e alla fine un cane nero con le orecchie aguzze come Anubi,  il guardiano delle tombe egizie, si è seduto accanto a noi. Ed ha finito i resti del nostro banchetto e a quel punto non c’è stato più bisogno di parole…. 

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