Percorsi in bicicletta tra Collio, Carso ed Isonzo… sui luoghi della Grande Guerra nella provincia di Gorizia…
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L’Albero tra le trincee di Paolo Rumiz

Tempo Lettura: 4 min

L’Albero tra le trincee di Paolo Rumiz

L’Albero tra le trincee di Paolo Rumiz è un film scritto e diretto dal registra Alessandro Scillitani. Lo scrittore e giornalista, percorre le linee del fronte italiano della Prima Guerra Mondiale. E’ un viaggio a ritroso nei luoghi della memoria. L’albero che viene piantato tra le due trincee nemiche, diventa una sorta di scommessa, per la vita.

Non è possibile capire se cammini eretto, là dove loro sono andati strisciando come vermi.

Non puoi, se porti scarpe e vestiti asciutti e puliti.

L'Albero tra le trincee
L’Albero tra le trincee

Inizio

Il racconto inizia da Trieste, città e porto austroungarico, austriaca da quattro secoli. Dalle carrozze del treno storico, parcheggiato nella vecchia Stazione di Campo Marzio. La guerra qui incomincia prima, nel 1914, quando i suoi cittadini, così come gli altri giuliano dalmati, vengono spediti al fronte russo in Galizia. All’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915, gli italiani di questi luoghi, si trovano di fatto a combattersi spesso contrapposti. Molti, la maggioranza, vedono l’esercito italiano come invasore. A Trieste, che mai cadrà all’Italia nel corso della guerra, ci sono delle manifestazioni in cui si inneggia a pane e pace “volemo pan e pase“.

Si parte dalla Venezia Giulia

L’irredentismo è un affare per pochi, per la borghesia, non per il popolano ed il contadino, che vedono la guerra come una disgrazia per la loro vita già provata. Rumiz, da buon triestino, parte dai territori che lui ben conosce, per poi andare a tastare con i suoi piedi, i luoghi della Grande Guerra, sparsi tra Slovenia (Caporetto e Colovrat), Carso, Monte San Michele, Hermada, Carnia (Pal Piccolo), Asiago, Monte Grappa, Montello, Trentino e Sud Tirolo. E’ un dvd denso di contenuti, che è impensabile riassumere in un articolo. Non me ne voglia Rumiz, se approfitto per allegare di seguito, l’estratto di un capitolo, dove si raccontano le vicende belliche che hanno avuto come teatro il Pal Piccolo.

Racconto dalle trincee del Pal Piccolo

Un film documentario da vedere e rivedere quindi… Se volete acquistarlo si trova facilmente sul sito de L’Espresso oppure suIbis. Nove euro, ben spesi…

Il Pasubio

Mi ha colpito molto la parte che riguarda il Pasubio (il monte calcareo situato tra le province di Trento e Vicenza, completamente trivellato di gallerie dai due eserciti) e in particolar modo il racconto del custode del rifugio. E della storia della sensitiva, che si è rifiutata di entrare in quelle caverne, dove si trovano ancora sepolte centinaia di persone. Mai recuperate, a seguito di uno scoppio di una mina. E’ una narrazione storica che ripercorre e ricostruisce gli eventi. Ma nello stesso tempo è un viaggio nella memoriaattraverso le voci registrate dei soldati, delle lettere che scrivevano.

La vittoria mutilata

Con la prima guerra nulla, di fatto, verrà risolto. Dopo appena 20 anni si sarà punto e a capo. Nel primo dopoguerra, prevarranno invece i nazionalismi. Rumiz si chiede, se ci fu una selezione darwiniana nel conflitto.  In realtà, invece, la risposta è che chi perì al fronte, era la migliore gioventù di allora; molti degli imboscati e dei privilegiati, saltarono sul carro del vincitore a guerra finita. Poi, in Italia con il fascismo e, qualche anno dopo, in Germania con il nazismo, si scelse di “usare” ancora una volta questi morti. Per fomentare nuovi conflitti, alimentare odio fra i popoli. I cimiteri, i sacrari, gli ossari sparsi nel territorio, diventarono strumenti di propaganda.

La fine della Mitteleuropa

Nei luoghi della Venezia Giulia, i nazionalismi uccisero una cultura mitteleuropea, cresciuta almeno in un paio di secoli. Nel primo 900, una persona che nasceva nei nostri luoghi, si sentiva un “anfibio”. Mi spiego meglio. Aveva la possibilità di parlare a casa l’italiano, in ufficio il tedesco e per strada lo sloveno.

Il nonno Bepi

Mio nonno Giuseppe, discorreva e scriveva perfettamente in tedesco e italiano. Parlava fluentemente lo sloveno e comprendeva il serbo croato. Ho ancora delle lettere, che lui spediva da Graz, quando era stato inquadrato nel Battaglione Isonzo. Lui si firmava “Joseph“. Credo fosse naturale per lui, tutto questo. Era sicuramente italiano, ma chissà, sapeva che questi luoghi erano appartenuti a tanti popoli. Ad un secolo di distanza, mi pongo la stessa domanda e non so darmi risposta precisa. Con mio cugino Goffredo, si scherza e ci si domanda sempre “Chi te son?” (chi sei, wer bist Du, kdo si ti?). Fino ad ora rispondiamo “non so” o “non siamo”.. Lui, che è un Marco Polo del terzo millennio, certe volte dice “Mì son o, me sento, cittadin del mondo” e così taglia la testa al toro ad ogni dubbio…

Gli effetti finali

A fine conflitto, tale bagaglio di diversità fu per sempre perduto, irrimediabilmente. Gli sloveni subirono una italianizzazione forzata. Vennero storpiati e cambiati i loro cognomi. Non si può dimenticare la storia. Solo la natura riesce a “cicatrizzarsi” in fretta. Dove c’erano le trincee ora ci sono alberi e cresce rigogliosa l’erba. La natura cancella. Come dice Rumiz, questo può essere un grande regalo che fa a noi Uomini, alla nostra immensa e sconfinata stupidità. L’albero tra le trincee del Carso, diventa qualcosa di pregnamente simbolico. Sta a tutti noi, far sì che cresca e si sviluppi in questo territorio, così dannatamente complicato. Ieri i Presidenti di Italia e Slovenia, si sono trovati a Doberdò del Lago per rinsaldare l’amicizia tra i due Paesi. Anche questo serve.

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