Percorsi in bicicletta tra Collio, Carso ed Isonzo… sui luoghi della Grande Guerra nella provincia di Gorizia…
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Rudyard Kipling Le strade di un esercito

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Rudyard Kipling Le strade di un esercito

 

Quando raggiungemmo la grande pianura veneta, presso il Quartier Generale dell’Esercito, i fronti italiani ci furono spiegati con una chiarezza che rendeva inutili le carte topografiche.

«Abbiamo tre fronti»; — disse la mia guida — «sul primo, quello dell’Isonzo, che è la strada che conduce a Trieste, le nostre truppe possono procedere, sebbene tra grandi difficoltà. Sul secondo, quello del Trentino, al nord, dove il nemico è più vicino alle nostre pianure, le nostre truppe debbono arrampicarsi. In ogni altra parte esse debbono pure inerpicarsi e fare dell’alpinismo; lo vedrete».

Egli additò, a sud-est e ad est, attraverso la nebbia caliginosa, alcune giogaie dall’aspetto sinistro, donde si udiva il rimbombo lontanissimo dei cannoni, che discutevano gravemente. «Dove andiamo ora è il Carso», mi disse. Si volse poscia a nord-est e a nord, dove montagne, più vicine e più alte, lasciavano apparire strisce di neve tra le loro rugosità. «Sono le Alpi Giulie», egli continuò. «Tolmino è là dietro. Lì a nord, dove la neve è più densa — vedete? — sono le Alpi Carniche e noi combattiamo su di esse; più in là, ad occidente, vengono le Dolomiti, sulle quali i turisti erano soliti di fare ascensioni, descrivendole poi sui libri. Anche lì combattiamo. Le Dolomiti si riuniscono al Trentino e con l’altipiano di Asiago, e anche lì combattiamo. E da quel punto giriamo a nord, prima di incontrare la frontiera svizzera. Tutte montagne, come vedete».
Ed egli le nominava, l’una dopo l’altra, con la facilità di un uomo abituato ad identificare le cime da qualunque angolo visuale e sotto qualunque varietà di luce. Gli occhi di uno straniero null’altro potevano distinguere all’infuori di un baluardo, ben delineato, di montagne accovacciate, «come giganti in cerca di preda», lungo l’orizzonte settentrionale. Il cannocchiale le mostrava sezionate in un viluppo di giogaie, confuse, composte di colline verdeggianti, di alture a picco, squarciate da burroni neri o grigiastri, di un allineamento di rocce senza colore, solcate e striate da bianche chiazze di neve posatesi sulle creste dalle punte aguzze. E, dietro a tutto, un’agonia di balze torturate, delineantesi sullo sfondo del cielo.
Gli uomini debbono esser nati nelle montagne o rotti alla vita montana perchè queste riescano loro accessibili. Esse son troppo piene dei loro genii diabolici locali. Le pianure intorno ad Udine sono migliori — fertili distese lussureggianti di messi; — là i campi di grano e di avena appaiono intramezzati da vigneti ben allineati, ogni vite dei quali sembra protendere le radici e i pampini, quasi a salutare la primavera; là ogni campo è recinto da siepi di vecchi gelsi scoronati per la cultura del baco; ed ogni strada è fiancheggiata da lucidi canali di acqua, che sussurrano dolcemente sotto l’ardenza del sole.
Di quando in quando, sulla strada, si trovava un monticello di pietrisco, intorno al quale era un canale d’acqua. Ad ogni centinaio di metri, circa, un vecchio ed un ragazzo lavorano insieme, l’uno con una lunga pala, l’altro con un recipiente di zinco, fisso alla punta d’una pertica. Nel momento stesso che si riscontrava il più piccolo danno sulla superficie della strada, il vecchio riempiva le buche con una palata di pietrisco, che il giovane innaffiava d’acqua, ed il punto riparato si rinsaldava subito sotto la pressione dei veicoli, precisamente come avviene di una riparazione alla camera d’aria di un’automobile. Sulla strada il movimento dei veicoli, paragonato a quello del nostro fronte, era poco frequente, ma essi procedevano molto velocemente. Le strade, perfettamente costruite e mantenute, sono strade ideali per il movimento delle automobili. Quando non sono in salita, il motore non si sforza neppure sotto i carichi pesanti. Gli auto-carri scorrono dalle stazioni ferroviarie di testa alle loro destinazioni, ritornano e partono nuovamente, senza subire ritardi o riparazioni.
L’intera guerra italiana è fondata sul principio che le rapide comunicazioni significano civiltà, ed ogni tratto, ogni curva delle strade provano quanto vero sia questo asserto. La Provvidenza, invece, non ha dotato il fronte di Francia dei comodi letti fluviali che qui si trovano, dai quali si può ricavare la ghiaia, che si consolida da sè, e che riesce agevole di caricare su vagoncini, per trasportarla in qualunque località. E neppure abbiamo in Francia montagne così rocciose, alle quali non si ha che a stender la mano per ricavarne pietre, ed in tale quantità, da poter costruirne perfino delle piramidi. Nè si trovano presso di noi popolazioni esperte, quasi fin dalla nascita, nell’arte del terrazziere. Per parodiare Macaulay, diremo che ciò che l’ascia è per il Canadese, ciò che il bambù è per l’Indiano, ciò che il blocco di neve ghiacciata è per l’Esquimese, la pietra e la calce sono per l’Italiano, come spero di dimostrare più oltre.
È questo un popolo tenace, abituato a maneggiare materiale resistente, con tanta destrezza — mi sembra — quanta ne può avere un Francese. Le innumerevoli compagnie grigio-verdi muovevano lietamente nei campi solatìi, tra le messi. I soldati portano un elmetto d’acciaio, d’un tipo speciale, che poco differisce dal nostro e che, a distanza, dà loro l’aspetto di legionari romani scolpiti sopra un fregio trionfale.
Paesaggio del Carso.
 
Ponte sull’Isonzo a Zagomilla.

La fanteria ed in minori proporzioni le altre armi, non sono reclutate per regioni, ma in tutto il Paese, in modo che nei reggimenti si trovano raccolti uomini di ogni Provincia e le perdite sono perciò più equamente ripartite. La statura, il fisico, e soprattutto il portamento di questi uomini fanno veramente impressione. Nei loro movimenti collettivi essi appaiono più agili e meno carichi di buffetterie che non le truppe francesi ed inglesi; ma un’indescrivibile differenza è nel loro incedere, nella stessa cadenza dei loro passi e nella maniera con la quale sembrano esser padroni del terreno su cui muovono. Uomini, la cui vita scorre abitualmente all’aria aperta, posseggono e ad un tempo son posseduti dall’ambiente che li circonda molto più intimamente di coloro che, per le occupazioni o per il clima, sono costretti a rimanere rinchiusi la maggior parte dell’anno. Lo spazio, il sole, l’aria, lo svolgersi della vita sotto cieli abbaglianti formano gran parte dello sfondo intellettuale d’ogni Italiano; di guisa che, quando il soldato riceve l’ordine di sdraiarsi sulla polvere bianca e di rimanervi lungamente, silenzioso e quieto, mentre le granate passano sul suo capo, egli lo fa con la stessa naturalezza con la quale un Inglese avvicina la sedia al suo caminetto.
Frontespizio Le strade di un esercito – Il ventre di pietre

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